A noi ci dicono

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8.5 Awesome
  • voto 8.5

Le loro storie, le nostre storie  

Lo ZEN, ossia la Zona Espansione Nord – all’estrema periferia di Palermo – è da sempre considerato un quartiere freddo, spoglio, un’enorme colata di cemento con palazzi tutti uguali ed abbandonati a sé stessi. Una sorta di non-luogo da dove chi sta per affacciarsi al mondo degli adulti è costretto ad andare via, al momento di prendere qualsivoglia decisione circa il proprio futuro. Eppure tale zona – grazie ad uno sguardo attento – può diventare teatro di tante affascinanti storie: le storie dei bambini che vi abitano e che – con tutte le “complicazioni” tipiche delle loro età – stanno vivendo il difficile passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Questo, di fatto, è quello che ci viene raccontato in A noi ci dicono, poetico e contemplativo documentario diretto da Ludovica Tortora De Falco e presentato in concorso alla nona edizione del Visioni Fuori Raccordo – Rome Documentary Fest.
Fabrizio, Dante, Roberto ed Aurora frequentano le scuole medie ed abitano, appunto, all’estrema periferia di Palermo. Come ogni ragazzo della loro età, sono alle prese con i problemi scolastici, i primi amori, le mille indecisioni circa il loro futuro dopo la scuola ed un forte, fortissimo desiderio di libertà. Non vi è apparentemente spazio per gli adulti, nel loro mondo. Ciò che ci viene mostrato è semplicemente la loro quotidianità, la vita di tutti i giorni fuori da casa o da scuola. E, piano piano – ma senza eccessiva fretta di crescere – vediamo manifestarsi i loro desideri e le loro personalità.
Di fronte ad un mondo tanto semplice, ma allo stesso tempo tanto complesso, la macchina da presa non può che farsi spettatrice silente e complice. Fatta eccezione, infatti, per poche, brevi domande poste dalla regista stessa a Fabrizio, per tutto il resto del documentario gli unici attori presenti sullo schermo sono proprio i bambini, i quali – grazie allo sguardo empatico, ma mai invasivo o giudicante della telecamera – si muovono perfettamente a loro agio, dimenticandosi, di fatto, che qualcuno li sta filmando. Ed ecco che anche noi spettatori entriamo a far parte di quel mondo, innamorandoci letteralmente dei suoi protagonisti ed appassionandoci alle loro piccole vicende personali: ci viene strappato un sorriso, ad esempio, quando vediamo Fabrizio chiedere timidamente ad Aurora di andare in pizzeria con i suoi amici, così come torniamo con la mente immediatamente alle estati della nostra infanzia nel momento in cui vediamo i ragazzi divertirsi al mare, senza i pensieri tipici dell’età adulta.
Ed ecco che, con piacevole stupore, ci troviamo di fronte ad un piccolo miracolo cinematografico, perfettamente a metà strada tra il Neorealismo – nel suo modo di pedinare i protagonisti – ed il cinema di François Truffaut, con tutta l’attenzione e l’affetto possibili rivolti al mondo dell’infanzia. Una piccola perla da scovare all’interno di una vasta produzione cinematografica, ma che, una volta scoperta, avrà sul pubblico un effetto magnetico, grazie alla sua onestà ed al suo candore.
Circa il futuro di un prodotto del genere, così come degli stessi bambini, ora come ora non ci è dato nulla da sapere. Ma, per il momento, preferiamo rimanere con la mente alle immagini dei giovani protagonisti, che, seduti in riva al mare in un caldo pomeriggio di fine estate, discorrono senza preoccupazioni apparenti circa il loro domani. È la loro estate. Così come è stata l’estate di tutti noi.

Marina Pavido