40 sono i nuovi 20

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4.5 Awesome
  • voto 4.5

In famiglia più si è meglio si sta

Le sorprese, perlomeno nel cinema statunitense di alto profilo, sono molto rare. Diventano pressoché impossibili allorquando si porta il duplice cognome Meyers-Shyer e si esordisce alla regia alla tenera età di trent’anni portandosi dietro un “vago” sospetto di nepotismo. Una commedia, dunque, per la figlia di Nancy Meyers (qui produttrice e popolare regista di film disimpegnati tipo il recente Lo stagista inaspettato o il “classico”, nel genere, L’amore non va in vacanza) e Charles Shyer (Il padre della sposa 1 e 2, tanto per rendere l’idea), Hallie. Ovviamente protesa a ripercorrere il solco genitoriale. Il problema è che l’unico sforzo di fantasia nel progetto, bisogna riconoscerlo, lo hanno compiuto per una volta i distributori italiani, trovando come titolo al film 40 sono i nuovi 20, in luogo dell’originale Home Again, ed infondendo così una massiccia dose di fiducia a tutti coloro che hanno superato la fatidica soglia degli “anta”. Titolo che peraltro rispecchia solo in parte il presunto spirito di una commedia che promette, in linea di massima, piccole trasgressioni in età matura e mantiene al contrario un fastidioso afflato familista per l’intera durata del lungometraggio. Perfettamente logico, si dirà, dato il background della regista/sceneggiatrice.
La trama, esile quanto un giunco, vede la quarantenne di prammatica Alice Kinney (Reese Whiterspoon), in crisi di coppia con prole a carico nonché, guarda caso, nella finzione figlia di un grande regista degli anni che furono (sospetti di autobiografia?), conoscere durante una serata allegra tre giovani amici e aspiranti cineasti di differente tipologia: cioè regista, sceneggiatore e attore. Le carte sono in tavola in modo a dir poco prevedibile. I tre rappresentano la proiezione dell’uomo perfetto, con predilezione da parte di Alice per il leader del gruppo, Harry. Ai sensi non si comanda e il terzetto si ritrova ospite nella villa della donna, complice l’intervento della madre di lei (Candice Bergen, lei si una presenza evocativa in fatto di ricordi…) e per la gioia delle due figlie piccole, con le quali i tre legano immediatamente. Dubbi, dissidi e schermaglie sentimentali non mancheranno – soprattutto con il ritorno in scena del cornuto marito Austen (un Michael Sheen che sembra capitato sul set per puro caso) – fino ad una scontata conclusione tutta latte e miele sconsigliata a che possiede un tasso di glicemia di suo troppo elevato.
40 sono i nuovi 20 entra di diritto nel reparto più conservatore di un genere che comunque si presterebbe volentieri a terremotare il cosiddetto status quo. Nessun divertimento fuori da schemi ormai consunti, nemmeno l’ombra di momenti vagamente piccanti e men che meno incitazioni pseudo-femministe ad evadere dalla routine quotidiana. Piuttosto, oltre a tralasciare del tutto un possibile parallelo tra il modo di fare cinema ieri e quello di oggi, una scontata ode alla beltà della famiglia, a maggior ragione se allargata ed in mancanza di presenze minoritarie tipo ceppi etnici che non siano wasp o inclinazioni sessuali differenti da quella maggiormente diffusa. Si punta in basso e si trova un livello che rasenta l’anonimità più assoluta. Piccola nota a margine: nel fantastico mondo alto-borghese di Hallie Meyers-Shyer i giovani in cerca di affermazione artistica non fanno gavetta, non conducono alcun tipo di vita grama – per non dire la fame che farebbero nel nostro Belpaese – prima di arrivare alla gloria, ma si trovano subito una miriade di porte aperte con relative opportunità incorporate. Come forse accaduto a chi si è trovato dietro la macchina da presa nella realtà nella circostanza. Se non fosse per la presenza di Reese Whiterspoon, la quale mostra con orgoglio i primi segni del tempo che passa sperando in ruoli di maggior spessore, andare al cinema a vedere 40 sono i nuovi 20 equivarrebbe a ricevere una banconota da dieci dollari con l’effige di Donald Trump sul frontespizio. Tutto programmato a tavolino e perciò falso in maniera quasi puerile.
Tanto per restare nel vasto campo dei luoghi comuni – presenti a bizzeffe nel film – possiamo tranquillamente affermare che “cattivo sangue non mente”: cinema banale facevano i genitori; addirittura peggiore quello degli eredi. Così va il mondo.

Daniele De Angelis