3 Faces

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Così è, se vi pare

Presentato in concorso al Festival di Cannes 2018 il film 3 Faces, l’ultima opera di Jafar Panahi, il regista che ancora è sottoposto a pesanti limitazioni della propria libertà personale dalle autorità iraniane. Indirettamente una ribellione rispetto alle costrizioni di vita, e anche artistiche, che sta attraversando, 3 Faces è un film sull’ansia e sulla necessità di fare cinema e un ritorno, e un omaggio, a quell’epoca d’oro del cinema iraniano, quella della New Wave degli anni Novanta, dei Makhmalbaf e dei Kiarostami, nella cui ala protettrice lo stesso Panahi ha debuttato. Quel cinema che pure era inizialmente fertile durante la teocrazia, ma che si è esaurito proprio a causa della stessa: Makhmalbaf vive in esilio a Londra, Kiarostami, recentemente scomparso, viveva a Parigi, e Panahi a Teheran è agli arresti domiciliari.

Tornano, in 3 Faces, quei paesaggi collinari brulli, propri di quel cinema, quel peregrinare in automobile tra stradine sterrate e tornanti, che qui si incarnano in una zona remota, di confine dove si parla il turco. E torna quel cinema che riflette e teorizza su se stesso, da Close-up alla trilogia Koker, e altri come il secondo film di Panahi, Lo specchio, dove la bambina protagonista si stufa di recitare durante le riprese e da quel momento il film sul personaggio diventa il film sulla bambina che lo interpretava, testimoniando di un’esigenza del regista di filmare, comunque, di fare cinema ma anche di un’ambiguità dove non è chiaro cosa sia davvero improvvisato e cosa sia invece costruito come finta improvvisazione. I protagonisti di 3 Faces sono infatti lo stesso Panahi e la popolare attrice Behnaz Jafari, entrambi nel ruolo di se stessi.
3 Faces comincia con una ripresa da smartphone, nel tipico formato rettangolare orizzontale. Un filmato raccapricciante, uno snuff, che documenta un suicidio per impiccagione, ripreso dalla stessa ragazza che lo ha effettuato, Marziyeh, un’apirante attrice iscritta a un conservatorio di arte drammatica. Il cellulare come metodo di ripresa a portata di tutti è perfettamente coerente con quella sobrietà delle inquadrature del cinema iraniano, quel rifiuto di eleganza della macchina da presa in nome di una stretta vicinanza alla realtà. Ma questo filmato contiene un’ambiguità formale, che da Zapruder lo porta più in realtà dalle parti della foto nel parco di Blow-Up. Behnaz Jafari lo riceve e chiede immediatamente all’amico regista Jafar Panahi di accompagnarla in macchina al villaggio di origine della ragazza, temendo che si tratti di una messa in scena per attirare l’attenzione. Da regista professionista, Panahi, non può che certificare l’autenticità del filmato: non ci sono stacchi di montaggio, quindi è vero, quindi la ragazza è morta davvero suicidandosi. Si tratta di un pianosequenza, garanzia di autenticità. Viviamo in un mondo di fake news, dove è facile far passare per vera ripresa dal vivo una sequenza con tanti stacchi che avrebbe richiesto settimane per essere girata. Eppure la sospensione dell’incredulità funziona sempre. La ragazza viene poi ritrovata viva, com’è stato quindi possibile fare quella ripresa? Panahi ammette che la possibilità ci sarebbe, di raccordare due sequenze in modo da rendere impercepibile lo stacco di montaggio, ma solo con particolari strumenti digitali, appannaggio solo dell’industria professionista del cinema. Ma il film non spiega più nulla, prende altri percorsi.
Panahi mette in scena due modi diversi di intendere il cinema, appartenenti a due diverse generazioni, quello artigianale, a portata di tutti, delle riprese via cellulare, incarnato in una giovane. E poi il cinema professionale di Panahi, regista affermato, e dell’attrice Behnaz Jafari. Ma due cinemi che entrano in osmosi, quello dei professionisti che abbracciano un cinema povero, arrivando anche a operazioni di necessità come This Is Not a Film, e quello a portata di tutti che, magicamente, riesce a fare propri strumenti propri del cinema professionali, creando un falso che sembra vero. Tutto è contenuto comunque in un film alla fine, 3 Faces, dello stesso Panahi. I livelli di rappresentazione del reale sono tantissimi, e si mantiene un’ambiguità continua proprio come quella di Close-Up.
A queste due generazioni di cineasti o aspiranti tali, 3 Faces ne contempla una terza, come dichiarato nello stesso titolo. Si tratta di quella di Shahrzad, un’attrice classica molto popolare che viene rievocata, la cui carriera è stata interrotta dall’avvento della Repubblica Islamica. E tornando al grande cinema del passato, pre-rivoluzione, Panahi si avvicina sempre a quel fulcro rappresentato dalla Nouvelle Vague, i cui autori pure citavano sovente il cinema classico che amavano, come il caso di Salam cinéma di Makhmalbaf. Un inno al cinema che Panahi riprende ed estende a tutti i livelli, quello classico, quello delle nouvelle vague, quello di oggi e del futuro.

Giampiero Raganelli