2:22 – Il destino è già scritto

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5.0 Awesome
  • voto 5

Segni dalle stelle

Esistono autori cinematografici capaci di imprimere, attraverso apparentemente piccole e insignificanti svolte narrative, nuove letture in filigrana alle opere da loro realizzate; di contro, il composito universo della Settima Arte è anche popolato da mestieranti i quali, credendosi astuti, infarciscono i loro lungometraggi di chiavi di lettura nemmeno troppo sorprendenti inserite in ordine sparso, in grado solo di creare, ad un certo punto, assuefazione nello spettatore.
Rientra a pieno titolo nella casistica della seconda categoria l’australiano Paul Currie – attivo sia in televisione che in ambito documentaristico, oltre che ovviamente nel reparto fiction – regista in tutta evidenza strenuamente convinto che il troppo non solo non stroppi mai, ma possa addirittura fungere da captatatio benevolentiae nei confronti del pubblico. Probabilmente, aggiungeremmo noi, fino a stordirlo in modo definitivo. Ci sarebbe comunque da sottolineare come, nel caso di 2:22 – Il destino è già scritto, per l’appunto ultima fatica del prolifico regista/produttore proveniente dalla terra dei canguri, le responsabilità andrebbero pienamente condivise con la coppia di sceneggiatori composta da Todd Stein e Nathan Parker. L’idea partorita deve essere sembrata da subito geniale: un thriller con evidente venature romantico-esistenzialiste. Nemmeno sbagliata, sulla carta. Perché magari il tentativo di armonizzare generi differenti avrebbe potuto donare veramente nuova linfa ad un panorama di film di genere (non indipendenti( quanto mai asfittico. E bisogna ammettere che, per un certo lasso di tempo iniziale, la relazione tra il tormentato Dylan (l’attore olandese Michiel Huisman de Il trono di spade), controllore di volo in crisi esistenziale da visioni ricorrenti, e la bella Sarah (la sempre deliziosa Teresa Palmer, attrice con spiccata tendenza ad interpretare film sbagliati, tipo il recente Lights Out – Terrore nel buio), riesce nell’intento di suscitare una certa empatia. Poi però ecco far capolino nel lungometraggio la consueta paccottiglia new age – il “comportamento” delle stelle messe in relazione con le umane vicende – tipica di chi non sa dove altro andare a parare; abbinata poi, con effetti nefasti, ad una sorta di reviviscenza assai poco giustificata, da parte del protagonista maschile, di un sanguinoso fatto di cronaca accaduto decenni prima e che il tapino Dylan si convince di dover vivere in prima persona fino alla morte. Manco a dirlo, l’orario delle 2:22 contenuto nel titolo avrà una certa importanza nell’economia del racconto.
Salvo qualche bella intuizione visiva – lo spettacolo di abbacinante fascino dove si conoscono Sarah e Dylan, ma anche la complessa opera di videoarte con sorpresa messa in scena da parte dell’imbarazzante villain di turno – la regia di Currie si adegua al mediocre tran tran dell’aria fritta che il film cerca di vendere come originalità diegetica. Anche la morale annessa – solamente il vero amore riesce a far volare, con riferimento ad una delle fobie di Dylan – può risultare fastidiosa a tutti coloro che al thriller chiederebbero angoscia ed inquietudine striscianti piuttosto che rassicuranti pistolotti sentimentali a seguito di vicende prevedibili. Ma tant’è: 2:22 – Il destino è già scritto accumula così tante suggestioni asimmetriche che tale bulimia narrativa potrebbe procuragli persino qualche irriducibile fan. Attendiamo con ansia una rivalutazione “postuma” a stato di oggetto di culto negli anni a venire: si tratterebbe dell’ultimo e definitivo colpo di scena riguardante il film. Stavolta reale, però…

Daniele De Angelis